Come si chiude un capitolo

di Giorgia Pellicanò

Non mi è mai dispiaciuto fare la cameriera. Anche se tutti pensano sia un lavoro terribile. Faticoso e a tratti stressante senza dubbio, ma terribile non direi proprio. Ci sono degli aspetti positivi in questo mestiere, per prima cosa il cibo, e poi la gente. A me è sempre piaciuta la gente, trovo sia un’inesauribile fonte di ispirazione, è la scintilla che accende il fuoco delle mie riflessioni, e poi dei miei sproloqui su carta. È la mia musa. Un gesto accennato equivale nella mia testa a un miliardo di parole prodotte. A viaggi mentali coast to coast nelle mete più disparate, andata e ritorno da posti in cui non sono mai stata, ma quella gente sì, e se li porta con sé, e li serve a me su un piatto di ceramica pieno di una qualche pasta al ragù, o alle cime di rapa. Non è il mestiere migliore del mondo, ma c’è da guadagnarci in qualche modo.

C’è però una cosa in particolare che mi è sempre piaciuta del lavoro di cameriera, sarà perché ho cominciato a farlo quando ero già lontana da casa, ed era la soddisfazione che mi provocava lo schiocco esatto del tappo di sughero nell’aprire una bottiglia di vino, e poi il profumo che residuava nella sua estremità interna, impregnandolo di immagini familiari, sapori, suoni, zio Pepè che accompagna con il tamburello suo figlio mezzano all’armonica, la nonna che balla la tarantella in cerchio con gli altri, i miei amici che arrostiscono le salsicce sulla carbonella in un giorno di maggio pieno di sole e riempiono i panini con la cipollata, sere d’estate in spiaggia a sentire il suono che fanno le onde quando arrivano a riva e non ti toccano, e cantare e ridere, e strimpellare la chitarra. E i pranzi domenicali in una fraschetta romana a Quadraro, in una bettola sui Nebrodi, in una trattoria con vista mare da qualche parte in alto sulle colline vicino Cagliari, e il sapore dei pesci appena pescati, e andarli a pescare con papà la domenica mattina, e la mamma che li infarina e li butta in padella, e la padella che sfrigola. I sanpietrini sotto i piedi in una notte bellissima di una Roma ancora più bella, e quanto è azzurra laggiù quando all’alba il cielo sopra il Gianicolo diventa tutto rosa. Portavo il tappo al naso, all’apparenza controllandone la qualità, gonfiando di professionalità il peso del mio giudizio positivo per il cliente, per me invece chiudevo gli occhi ed ero a casa.

Chiusi per l’ultima volta la porta del ristorante dietro di me come si chiude un capitolo della propria vita, senza capire troppo bene e senza sapere se di fatto si sia chiuso per sempre.

E mi portai dietro la divisa, e la convinzione che bisogna coltivare i piccoli piaceri, finché se ne ha l’occasione. E quando non se ne ha l’occasione, bisogna crearla, ché i piccoli piaceri sono il pane più buono di cui si possa cibare la propria anima a lungo.

Anche quando si ha tanta fame.

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