Quello che accade quando non stai guardando

di Giorgia Pellicanò

08/12/2018, UK

Era come se quel bicchiere di vino, Valpolicella del 2012, avesse affinato i miei sensi, liberandomi da tutte le scartoffie che annorbavano il mio cervello stanco.

Ora esistevano i capelli radi pettinati come se fossero tanti del tizio sul treno della central line, la scarpa destra slacciata del signore che camminava di fronte a me nel tunnel della metropolitana, i mocassini neri di camoscio indossati a mò di ciabatta dalla ragazza bionda che stava in piedi vicino alla linea gialla della piattaforma 8 della Waterloo and City line, come la capivo! C’era un senso di calore insopportabile alle mie mani, tolti i guanti un piccolissimo taglio sul medio sinistro, segnato di sangue, e una miriade di altri in via di guarigione… immagino che i piatti di ceramica siano leggermente taglienti anche quando non sono rotti. La metro era arrivata e una ragazza in abito lungo di pizzo rosso si accingeva a salire, la seguì. La sua amica, anch’essa in abito rosso ma leggermente più corto e meno pretenzioso, manifestava con espressioni infantili l’esigenza del proprio letto, le scarpe col tacco in mano e un paio di infradito ai piedi curati in modo dozzinale. Capivo anche lei, cielo quanto la capivo! Le persone qui a Londra hanno tutto il loro mondo, il loro microclima, indossano i sandali con il cappotto a inizio dicembre e mettono in bella mostra gli alberi di natale a novembre. Ognuno fa quello che lo fa sentire a proprio agio in fondo, quello in cui crede. Era questa la cosa più bella di Londra per me, che potevi fare come ti pareva e nessuno aveva da ridire, così era facile che diventasse casa tua, per come la volevi tu, anche se non lo era. E potevi dire che eri una scrittrice anche se non lo eri, e una ballerina anche se a nessuno interessava vederti ballare. Potevi essere chi volevi e darci poco peso, tanto eravamo in troppi per ricordarci tutti chi fossimo. Lo starnuto potente del tizio sul treno verso Clapham Junction. E nessuno si rendeva conto di quegli occhi lucidi che sbucavano da una sciarpa nera e fissavano tutt’intorno come mossi da un istinto sensoriale recondito, animalesco. Nel silenzio ero diventata un insetto, e me ne stavo nella mia fanghiglia cittadina, a vivere la mia esistenza tanto miserabile quanto difficile da debellare. Ed eravamo tutte formichine, brave formichine operose che si agitavano, ma sempre con un certo ordine, sempre in fila, in quei formicai fatti da tunnel e ferrovie, treni che vanno e treni che vengono, e alla fine si fermano sempre nello stesso posto. Una brava formichina operosa, rimisi le chiavi in borsa come sempre, per non dimenticarle mai: si deve sempre essere sicuri di poter tornare a casa.

Un giorno.

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