#FamilyDay

di Emanuela Filice

La scorsa settimana a Verona si è tenuto il family day e, francamente, non me ne frega una cippalippa. E non perché non abbia una mia idea sul concetto di famiglia, di normalità,  di uguaglianza, di parità di diritti, di punizioni divine e via di seguito. Anzi, vi dirò, reputo di essere abbastanza aggiornata sui sommi pensieri che vagheggiano di questi tempi, tanto da dover prendere le distanze da tutte le polemiche violente e inadeguate che hanno bombardato questo allegro consesso. Non capisco cosa ci sia di male, infatti, se un gioioso gruppetto di persone decidano di incontrarsi per rappresentare scene allegoriche, tra contrade, stemmi e stendardi. Trovo, anzi, che siano eventi divertenti e pittoreschi. Che poi è ciò che  mi ha sempre affascinato del palio a Siena o del meno conosciuto, ma estremamente suggestivo, Calendimaggio ad Assisi. 

Ciò premesso, credo fermamente che non si debbano mai tracciare confini troppo definitivi tra razze, generi, sessi, religioni e tinte per capelli, poiché c’è sempre qualcosa che accomuna tutte le famiglie, anche quelle ricomposte , scomposte e scompisciate e questo elemento comune è racchiuso nel calendario scolastico 2018/2019, che prevede la chiusura ad oltranza delle scuole dell’obbligo in occasione della santissima Pasqua.

Perché,  a prescindere da come e dove siano venute al mondo queste creature, il problema è comune. Dove le ammolliamo durante la chiusura delle sante scuole?! 

Le soluzioni sono varie e tutte interessanti. Si va dall’affido esclusivo ai nonni, scelta che segue i canoni più severi e tradizionali della cultura occidentale, a quello rivoluzionario e trasgressivo dell’affido congiunto al vicino di casa e al fruttarolo indiano all’angolo, a seconda degli orari di disponibilità.  Ovviamente, quest’ultimo caso prevede da parte della figura genitoriale un articolato intreccio di relazioni sociali che non è richiesto nella soluzione tradizionale, ma è il rischio che si corre ad essere una voce fuori dal coro. C’è poi uno zoccolo duro, quello che non intende cedere ai ricatti sociali, che piuttosto preferisce licenziarsi – se in possesso di un lavoro, ovvio – pur di provvedere personalmente ad una armoniosa crescita dell’infante, procedendo direttamente in sostituzione delle istituzioni assenti. Ed infine, ci sono i negazionisti – un po’ terrapiattisti, se vogliamo – che non dismetteranno mai lo stato di fatto e procedono nelle proprie giornate come se non ci fosse una Pasqua. I figli in questo caso, vengono abbandonati al proprio destino.

Io, personalmente, propendo per  l’affido alla misericordia, che è forse una modalità un po’ inflazionata di gestione della quotidianità terrestre, ma che riserva quasi sempre delle sorprese, vi assicuro. Consiste nell’affidare ad una entità estranea al proprio circuito emotivo, il futuro prossimo della progenie. Un parente sconosciuto (e povero) che si palesa inatteso direttamente dal Canada, il messo notificatore dell’agenzia delle entrate, il tipo di Tecnocasa in procinto di lasciare volantini pubblicitari nella cassetta postale. Tutti e dico tutti, sono la sintesi del miracolo fatto uomo, basta che siano maggiorenni e non avvezzi alla droga durante le ore diurne.

Chiunque sia, è  accolto in casa mia come segno tangibile della divina Provvidenza, quella che farà trascorrere ai miei figli delle spensierate vacanze pasquali all’insegna di: chiuse di play station e affini; video selfie su musically di cui regolarmente mi vergogno per loro; repliche a ruota di Uomini e Donne e day time dell’isola dei famosi. Il tutto integrato dal sopraggiungere di una tendinite da uso frenetico e incontrollato di Whatsapp.

Cosa si può desiderare di più  per loro. Volete mettere due belle settimane così descritte, invece di occuparle con attività culturali, promosse e patrocinare dalle stesse Istituzioni pubbliche che impongono la santa pausa, volte alla frequentazione di laboratori di interscambio culturale e svago trasversale, giusto così,  per aprire un po’ la mente di tutti?! Non sia mai detto, che poi si rischia che a Verona tra qualche decennio non ci va più nessuno, eh?!

La verità, amici miei, è che davanti ai problemi e alle difficoltà quotidiane, così come davanti all’ignoranza, siamo tutti uguali, sfigati e soli. 

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