Traslocare è uno stato d’animo, una scelta. Un po’ come essere felici.

di Emanuela Filice

Dunque, lo scorso 15 marzo si è celebrata la giornata del sonno, istituita da oltre un decennio, per ricordare l’importanza di una sana dormita, sempre più rara in questi oscuri tempi, dominati dalla frenesia e da ritmi concitati che sono alla base di un sonno disturbato che tanto incide, in modo negativo, sul lavoro, sui rapporti sociali e sulla salute, più in generale. Come dire, chi dorme non piglierà pure pesci, ma chi dorme male è destinato a pigliare un sacco di psicofarmaci o affini.

Questa piccola premessa si lega perfettamente allo stato ansioso depressivo endoreattivo che, per l’appunto, impedisce, nell’ultimo periodo, alla sottoscritta di abbandonarsi a morfeo con la stessa fiducia con la quale ci affidiamo a “Branko e le stelle” la mattina alle 8,00, mentre siamo in macchina inghiottite dal traffico astrale, per dire. Il motivo per cui contemplo le stelle e non riesco ad abbandonarmi alla sana abitudine del sonno riparatore, ha a che fare con un momento particolare della vita di ognuno di noi, secondo solo, quanto a pathos, alla prima volta dal parrucchiere per una tinta coprente. Questo avvenimento topico, prende il nome di TRASLOCO, che trae origine dal latino locare al di là, oltre. Collocare qualcosa o qualcuno in altro luogo, insomma. E fin qui, a meno che non si voglia mandare a quel paese con eleganza, mi pare evidente che traslocare integri un insieme di attività materiali, volte a transumare da un luogo ad un altro. Attività democratica, che accomuna tutti e mette d’accordo intere generazioni, popoli, classi politiche e religioni di tutto il continente, uniti nel comune sentire che il trasloco è una vera rottura di coglioni. Ecco.

C’è da dire, tuttavia, che, come spesso accade, anche nel trasloco c’è la voce fuori dal coro, il genio e sregolatezza dei traslochi. Colui il quale affronta il trasloco con la quiete e la seraficità del vecchio che gira indisturbato per il banco surgelati del supermercato. E’ il tecnico dei traslochi, quello che affronta il proprio trasloco con animo sfidante e goliardico, prevedendo tutto. Dai “rudimenti del piccolo traslocatore”, egli sa, infatti, che ogni stanza deve avere le proprie scatole. Su ogni scatola campeggia un foglio con il relativo contenuto, ancor prima di essere riempita. Queste, poi, vengono catalogate anzi tempo per consentire ai traslocatori una serena attività di carico e scarico merce. Et voilà.

Nulla è motivo di accasciamento su se stesso, anzi, egli è pronto ad ogni contrattempo, riempendo addirittura la valigia dell’imprevisto, contenente lenzuola, asciugamani, materassino gonfiabile, candele, cibo in scatola e strumenti di primo soccorso, da tenere rigorosamente in macchina e da non consegnare assolutamente ai traslocatori, nel caso – non remoto – dovessero essere inghiottiti nel buco nero dell’universo. Ma più di tutto, alcun sentimento contrastante invade l’animo del professionista del trasloco, che va dritto alla meta, imperturbabile, fiero.

E poi ci sono io. Premetto che per me ha valenza emotiva di trasloco tutto ciò che viene modificato dallo status quo, come riordinare la scrivania, cambiare targa della macchina, comprare la carne in un’altra macelleria, scegliere una marca di caffè diversa dalla solita e così via. Certo, potrebbe sembrare una contraddizione per chi si dovesse approcciare in modo approssimativo alla mia vita, tenuto conto che sono riuscita a non traslocare solo i miei figli (per quanto a week end alterni….), ma tant’è. Guardo al momento del trasloco col terrore e, in prossimità dello stesso, vengo colta da tanatosi, vale a dire, mi fingo morta, immobile, pur di non affrontare il pericolo. Così, passano i giorni senza nemmeno uno scatolone all’orizzonte, nè in prossimità di qualche stanza, mentre vago per la mia futura ex casa ripetendo il mantra “ho il trasloco”. 

Ciao Manu, come stai? Come sto…ho il trasloco! Che dici Manu, ci riusciamo a vedere per un saluto veloce? Non so se riesco, sai tra qualche settimana ho il trasloco. Mamma, cosa c’è stasera per cena? Non lo so figlia, ho il trasloco. Senti, ma tu e Luca andate in montagna questa estate? Ad arrivarci! Sai, io ho il trasloco.

Insomma, credo di avere una certa riluttanza endemica al cambiamento e faccio di tutto per lasciare ogni cosa al proprio posto. E non c’entra molto con il cambiare posto alle cose, anzi, non c’entra affatto. Si possono cambiare posti e orizzonti restando tutta la vita sulla poltrona di alcantara beige, sempre la stessa, oppure continuare a sentire gli stessi odori e gli stessi rumori di una strada di 40 anni fa, pur avendo cambiato molte città e molte vite.

Alla fine di tutto, credo che traslocare sia uno stato d’animo, una scelta. Un po’ come essere felici.

p.s. ho traslocato!!!