LE COSE CHE NON CAMBIANO

Di Giorgia Pellicanò

Alla fine ero rientrata in Italia. Mi sembrava di essere su un altro pianeta, e tutto che era cosi’ uguale a prima in qualche modo non ci assomigliava piu’ per niente. Le persone erano cambiate, pero’ erano sempre persone, con le loro paure, ora forse un po’ piu’ di prima, e con la voglia negli occhi, di cose che non avevano mai dovuto desiderare. Niente aveva piu’ lo stesso valore.

La morfologia economica del Paese e del mondo intero era cambiata e per quanto ci si sforzasse di nascondersi dietro il dito della cassa integrazione, in fondo al pozzo delle nostre paure piu’ profonde c’era l’immagine di una situazione che volevamo credere di passaggio come l’oscillazione di un pendolo, e invece era il nuovo punto di partenza di una pallina che continuava a correre per avanti e nessuno la poteva acchiappare e lanciare indietro, un’immagine che rifletteva senza vento e senza increspature la verita’. Molti non sarebbero ritornati a lavoro, molte serrande non sarebbero state riaperte.

Quando si viaggia da soli si finisce per perdersi dentro se stessi, e trovarsi in compagnia di qualcuno che non si conosceva del tutto, e non se ne conoscevano le intenzioni. Quelle che io avevo scoperto in me erano relative a un’esigenza impellente di tornare in patria per cercare una rassicurazione, per provare a me stessa che in un mondo che sentivo molto piu’ straniero, e non sembrava sicuro e faceva paura, soprattutto a doverlo affrontare da sola, certe cose non cambiano mai.

Ero partita in treno, gli arei erano stati un’incognita per mesi. Avevo attraversato 3 nazioni in 2 giorni, visto tanti volti, tante mascherine e tanti occhi sopra le mascherine che guardavano con apprensione, o noia, o noncuranza uno scenario che scorreva loro davanti come un film, che non potevano toccare anche se ci vivevano dentro, ognuno come in una bolla. Forse gli occhi non avevano mai parlato tanto come da quando le bocche erano state coperte, forse non ci avevamo mai fatto caso. Come all’aria fresca attraverso le narici.

Viaggiavo e mi avvicinavo a casa, ma la rassicurazione che cercavo non faceva che allontanarsi.

Quattro chiamate perse sul cellulare da mamma e papa’. Richiamo, risponde mia madre “sei arrivata in Italia e manco una chiamata ai tuoi genitori!!” con quel tono indignato ma non troppo che si acquisisce automaticamente quando si diventa mamme. Ora, non so se il motivo di questa esclamazione possa sembrare lampante a tutti come lo e’ per una persona del sud; ma dovete capire che, per qualche motivo che tutt’oggi resta sconosciuto a qualsiasi logica, quando un fuorisede “ritorna” i parenti si aspettano, a certificazione di un rispetto ancora solido nonostante la lontananza, che li chiami al telefono. Come se una chiamata faccia differenza farla da lontano o da casa.

Per quanto sembri stupido, la mia rassicurazione era arrivatanella sua forma piu’ inaspettata, e finalmente sapevo che puo’ cadere il mondo a pezzi, ma certe cose semplicemente non cambiano mai.

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