UNA VALIGIA BLU GIGANTESCA – 01/01/2019

Capodanno è un buco nero mistico in cui vengono risucchiati due anni in due giorni, che sembrano uno, fondamentalmente perché il primo lo si passa a festeggiare, il secondo a dormire. E pensare.

Ed era così che mi trovavo stesa a letto sotto un piumone troppo caldo, o forse era la felpa che avevo addosso, e perché avevo una felpa addosso e non il mio pigiama? E stavo lì e fissavo il soffitto vicino, troppo vicino e cercavo di fare una lista delle cose in cui non avevo fallito durante l’anno appena trascorso. L’aveva cominciata il giorno prima il mio coinquilino Vale, mentre facevamo colazione seduti al tavolo: “1 anche quest’anno siamo ancora vivi, 2 …” e poi si era interrotto in una risata. Però la verità è che avevamo fatto tanto, eravamo sopravvissuti a tanto, avevamo resistito a denti stretti ripetendoci che sarebbe passata, ed era passata alla fine. E continuavo a meravigliarmi di come dei ragazzetti come noi dopotutto riuscissero a fronteggiare la vita.

Ma stavolta a me non bastava guardare indietro di un anno, dopo aver frantumato lo schermo del mio I-phone il penultimo giorno di dicembre, forse mi serviva un pochino di più, forse avevo bisogno di guardare un po’ più indietro, a quella ragazzina di 18 anni che aveva lasciato casa con una valigia blu gigantesca, tanto grande da poter contenere tutte le sue speranze e i suoi progetti, ed era stata in giro per così tanto, e mai avrebbe immaginato, varcando quel portone verde scuro che profumava di mamma e papà, quanto quei tre anni ora passati sarebbero stati così pieni di posti, di cose, di persone e di emozioni.

E ora forse quella valigia blu era vecchia e logora a furia di star dietro alle mie avventure, ma era stata sostituita da un modello migliore, più nuovo e resistente, come del resto tante cose nella mia vita, come del resto io.

E guardavo mia madre farsi i selfie con mio padre pensando che quando ero partita da casa non sapeva nemmeno accendere il computer, e adesso se ne andava in giro con uno smartphone, e aveva instagram e facebook, e pensavo che mi aveva detto tante volte che avevo il diritto di sbagliare, e il diritto di provarci, a vent’anni come a sessanta.

E guardavo mia nipote, anche lei sapeva già farsi i selfie. Anche lei era una di quelle cose preziosissime che portavo con me dentro quella valigia blu gigante, anche se era tanto lontana. E pensavo a quante cose come lei avevo lasciato che si allontanassero, e a quello che avevo davvero intorno. E soprattutto pensavo che sarebbe stato tremendamente stupido restare a domandarsi quanto il mio gioco valesse la candela, o quanta fortuna io avessi al gioco, o se fossi un giocatore o solo una pedina, ché tutto succede per un motivo, e di solito il motivo siamo sempre noi, ché le cose non succedono e basta, non mi arrenderò mai a questa rassegnazione, siamo noi a farle succedere, con le scelte che prendiamo, con quello che facciamo e anche spesso con quello che non facciamo. E forse in un anno o una vita ci dimentichiamo del perché, perdiamo di vista il motivo delle nostre scelte, ma fidiamoci dei noi del passato, di quei buffi individui vestiti secondo una moda vecchia, superata, con gli occhi meno stanchi e la testa piena di immagini, idee, fidiamoci, non rimproveriamoli, non rimpiangiamo di avergli concesso il controllo delle nostre vite, perché avevano un motivo per fare quello che hanno fatto. E forse non ce lo ricordiamo più, e allora basta trovarne un altro.

A tutti i buoni motivi, ai tentativi, dedico questo mio nuovo anno. A quella valigia blu gigantesca, che forse è sfondata, forse adesso ne ho di migliori, ma è ancora piena di progetti.

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